Giorno 06 Giovanni 6

Io sono il pane della vita

Giovanni 6

Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà più fame, e chi crede in me non avrà mai più sete. (Giovanni 6:35)

Giovanni 6

Il capitolo 6 di Giovanni è certamente dominato da uno degli eventi più famosi del ministero di Gesù: la moltiplicazione dei pani.

Questo evento si svolge circa un anno dopo l’inizio del ministero di Gesù — il testo ci informa infatti che “la Pasqua dei giudei era vicina”. Dopo che Gesù finì di insegnare alla folla, si preoccupò anche dei loro bisogni fisici. E cominciò dal bisogno più essenziale: il cibo.

Questa storia ha per noi tre insegnamenti pratici.

1. Gesù prese i pani e li distribuì alla gente seduta (v. 11)

Il primo insegnamento pratico di questa storia è che Gesù è perfettamente in grado di soddisfare i nostri bisogni, e lo fa sempre in abbondanza.

Nota i dettagli del racconto. Gesù non diede alle persone un pezzetto di pane, tanto per sopravvivere. Diede loro un pasto completo — pane e pesce — e lo fece finché non furono sazi. E non finisce qui: alla fine raccolsero anche dodici ceste piene di avanzi. Da cinque pani e due pesci.

Fermati su questa scena per un momento. Cinquemila uomini, senza contare donne e bambini, si siedono sull’erba. Hanno fame. Sono lontani da casa, in un luogo deserto. Umanamente parlando, la situazione è senza soluzione — anche i discepoli lo dicono chiaramente: “Duecento denari di pane non basterebbero perché ciascuno ne abbia un pezzettino”.

Poi Gesù prende il poco che c’è. Cinque pani. Due pesci. Lo prende dalle mani di un ragazzino che probabilmente nessuno avrebbe notato. E lo trasforma in abbondanza.

Questa è una delle verità più importanti di tutto il vangelo: quando metti il poco che hai nelle mani di Gesù, smette di essere poco.

Spesso, come uomini, ci soffermiamo sui nostri bisogni materiali. È normale. Però così facendo corriamo a destra e a manca, ci agitiamo, ci preoccupiamo, calcoliamo, ricalcoliamo. Mentre se ci affidiamo al Signore, Lui provvede ciò che è necessario — mentre siamo seduti.

Il gesto di Gesù non è un invito alla pigrizia. È un invito a riconoscere che Lui è in grado di prendersi cura di noi. La nostra preoccupazione più grande non deve essere “come faccio a procurarmi il pane?”. Deve essere: come faccio a stare vicino a Lui?

Una domanda diretta da farti oggi: dove stai investendo le tue energie emotive in questo periodo?

Nel calcolare, ricalcolare, agitarti sui tuoi bisogni — soldi, lavoro, futuro, salute, figli? Oppure nello stare vicino a Lui, fidandoti che Lui sa cosa ti serve e quando?

Una vita “seduta” davanti a Gesù non significa una vita pigra. Significa una vita che ha imparato l’ordine giusto: prima Lui, e tutto il resto viene dietro.

Se sei già credente, c’è una tentazione tipica con il passare degli anni: smettere di aspettarsi che Dio provveda davvero in modo concreto.

All’inizio della fede credevamo che Dio si occupasse di tutto, anche delle piccole cose. Poi, con il tempo, abbiamo abbassato le aspettative e ci siamo abituati a separare le aree della vita: questo è “spirituale” e lo affido a Dio, quest’altro è “pratico” e me la sbrigo da solo.

Quella separazione non è biblica.

Gesù si è preoccupato del pane di cinquemila persone. Non era “troppo poco spirituale” per Lui. Le tue bollette, il tuo lavoro, la salute di tua madre, l’esame di tuo figlio — non sono cose “secondarie” per Dio. Sono cose che gli stanno a cuore quanto te.

Torna a portargli i tuoi pani e i tuoi pesci. Anche quelli che sembrano insignificanti.

2. Adoperatevi non per il cibo che perisce, ma per il cibo che dura in vita eterna (v. 27)

La seconda cosa che accade il giorno dopo è che la gente va dietro a Gesù — ma non per ascoltare ciò che Lui ha da dire. Lo seguono perché sperano che dia loro di nuovo da mangiare.

E qui Gesù fa una distinzione che dobbiamo capire bene.

Il Signore provvede per le nostre necessità materiali, lo abbiamo visto al punto 1. Ma non possiamo cercare il Signore SOLO per le cose materiali.

Gesù non è venuto nel mondo per benedire la nostra vita materiale. È venuto per trasformare e salvare la nostra vita spirituale. La benedizione materiale è una conseguenza, non lo scopo principale. Quando confondiamo la conseguenza con lo scopo, abbiamo perso il vangelo.

Esiste un cibo che dura a vita eterna, e Gesù ci dice che dobbiamo cercare quello. Il nostro desiderio deve essere avere con Gesù una relazione vera. Poi, mentre noi sottomettiamo la nostra vita a Lui, sarà Lui a occuparsi dei nostri bisogni materiali.

L’ordine è importante: prima il cibo eterno, poi quello che perisce. Non viceversa.

Una domanda onesta: perché stai cercando Gesù in questo periodo della tua vita?

Lo cerchi perché vuoi che ti risolva un problema specifico — la salute, il matrimonio, il lavoro, una situazione che ti pesa? Oppure lo cerchi perché vuoi conoscere Lui, indipendentemente da quello che farà nelle tue circostanze?

Non c’è niente di male nel portare i propri bisogni davanti a Dio — Lui ce lo chiede esplicitamente. Il problema nasce quando i bisogni sono l’unico motivo per cui ci avviciniamo a Lui. Quando Dio diventa un mezzo per ottenere altre cose, e non il fine stesso del nostro cuore.

C’è una prova semplice per capirlo: se Dio non ti risolvesse quel problema, lo cercheresti lo stesso? Se la risposta è no, forse stai cercando un servizio, non il Signore.

Se sei già credente, questo è uno dei punti dove cadiamo più facilmente, anche dopo anni di vita di fede.

Ci avviciniamo al Signore quando abbiamo bisogno. Smettiamo di cercarlo quando le cose vanno bene. Pensiamo che la preghiera serva soprattutto per chiedere, dimenticando che serve prima di tutto per stare con Lui.

Fai questo esercizio onesto. Pensa all’ultima settimana della tua vita di preghiera. Quanto tempo hai passato a chiedere cose a Dio? Quanto tempo a ringraziarlo? Quanto tempo semplicemente a stare con Lui, senza chiedere niente?

Se la prima voce divora tutte le altre, c’è qualcosa da rimettere a posto. Gesù non vuole essere il tuo distributore di benedizioni. Vuole essere il pane della tua vita.

3. Questa è l’opera di Dio: che crediate in colui che egli ha mandato (v. 29)

Questo è certamente uno dei versi più importanti del capitolo 6.

Le persone chiedono a Gesù: “Che dobbiamo fare per compiere le opere di Dio?”. È una domanda che ci verrebbe in mente anche a noi. Cosa devo fare per piacere a Dio? Quale gesto, quale rito, quale impegno?

Spesso pensiamo che per compiacere Dio occorra fare delle opere. Anzi, ci sono intere religioni costruite intorno alle “opere” che bisogna fare per meritare l’approvazione di Dio.

Gesù qui fa un’affermazione dirompente: l’opera che Dio si aspetta da noi è che crediamo in colui che Egli ha mandato. Cioè che crediamo in Gesù.

Può sembrare strano. A Dio non interessa tanto quello che facciamo: gli interessa che crediamo in Cristo Gesù come Salvatore della nostra vita e come nostro Signore.

Quando avremo veramente compreso questo nella nostra vita, sarà Lui stesso a darci da compiere le Sue opere. Dio non vuole che tu faccia nulla di testa tua. Vuole che tu creda in Gesù come l’unico e vero Agnello di Dio che toglie il peccato del mondo.

Fermati su questo, perché capovolge tutto.

In ogni religione del mondo, l’ordine è sempre lo stesso: fai, e sarai accettato. Compi i rituali giusti, segui le regole, fai sacrifici, raggiungi un certo livello di moralità — e allora forse Dio ti riceverà.

Il vangelo dice esattamente il contrario: sei accettato, perciò puoi fare. Credi in Gesù, ricevi la sua opera, sei accolto come figlio — e da quel momento, naturalmente, le opere buone scaturiscono dalla tua nuova vita.

Non lavoriamo per essere amati da Dio. Lavoriamo perché siamo amati da Dio.

Una domanda diretta: in quale direzione stai andando?

Forse stai cercando di “guadagnarti” Dio con i tuoi sforzi. Forse pensi che, se preghi abbastanza, se sei una persona abbastanza buona, se eviti certi peccati, finalmente Lui ti accetterà.

Smetti. Quella è la strada vecchia, e non porta da nessuna parte. La strada nuova è una sola: credere in Gesù. Affidare a Lui la tua vita. Riconoscere che la sua opera — non la tua — è quella che ti rende figlio di Dio.

E se invece sei già su questa strada da tempo, ricordatelo spesso: non sei accettato in base alla tua performance. Le giornate in cui ti senti spiritualmente “bravo” e quelle in cui ti senti un disastro non cambiano il tuo posto davanti al Padre. Cristo è il tuo posto davanti al Padre. Non i tuoi giorni buoni.

Servi, prega, ubbidisci — non per essere accettato, ma perché lo sei già. Vedrai che fa una differenza enorme nella libertà con cui vivi la tua fede.