Giorno 09 Giovanni 9
Il cieco nato
Giovanni 9
Se quest'uomo non fosse da Dio, non potrebbe fare nulla. (Giovanni 9:33)
Giovanni 9
Il capitolo 9 di Giovanni è dominato da una sola storia: la guarigione di un uomo cieco dalla nascita. Giovanni dedica spazio non solo al miracolo in sé, ma alla reazione dell’uomo guarito e a quella dei farisei.
Tre punti pratici da raccogliere per noi oggi.
1. Né lui ha peccato, né i suoi genitori (vv. 1-3)
Vedendo questo cieco dalla nascita, i discepoli pongono a Gesù una domanda che ricalca un’idea diffusa nella loro cultura: “Rabbì, chi ha peccato — lui o i suoi genitori — perché egli nascesse cieco?”.
Gesù sposta subito l’attenzione. In questo caso specifico, dice, non c’è una “colpa” da assegnare. Né l’uomo, né i genitori. È qualcosa che resta nella sapienza imperscrutabile di Dio, e che servirà a manifestare le opere di Dio nella vita di quell’uomo.
Da questa risposta capiamo alcune cose importanti sulla sofferenza.
Ci sono sofferenze che hanno una causa precisa nel nostro peccato. Un uomo che ha il vizio di bere può compromettere la sua salute. Una persona che vive una vita disordinata può trovarsi in situazioni difficili come conseguenza diretta delle sue scelte. Non sempre, ma a volte sì.
Ci sono sofferenze che derivano dal peccato altrui contro di noi. Un bambino cresciuto in una famiglia abusiva può sviluppare ferite profonde, fisiche o psicologiche, non per colpa sua ma per colpa di chi lo avrebbe dovuto proteggere.
E poi ci sono sofferenze che non hanno una causa diretta in nessuno. Nel caso di questo uomo, Gesù lo afferma esplicitamente: nessuno ha peccato. La sofferenza è semplicemente parte della condizione di un mondo che ha voltato le spalle a Dio, dove la creazione stessa è “sottoposta a vanità” (Romani 8:20). Le malattie, le tragedie, i disastri — tante volte non sono “punizioni di Dio per qualcosa”, sono semplicemente il risultato del fatto che viviamo in un mondo rotto.
Ma la buona notizia di Gesù è che nessuna di queste sofferenze sfugge al controllo di Dio. Anche in questa terza categoria — la sofferenza apparentemente “senza senso” — Dio può intervenire, e spesso lo fa proprio per manifestare la sua gloria.
Una domanda diretta da farti oggi: come stai interpretando una sofferenza che stai vivendo o hai vissuto?
Stai cercando colpevoli? Te stesso? I tuoi genitori? Qualcuno che ti ha fatto del male? Dio?
A volte cercare il “perché” è la cosa che ci tiene bloccati più a lungo. Non sempre c’è un “perché” semplice. A volte la vera domanda non è “perché è successo?” ma “cosa Dio vuole fare attraverso questo?”.
Questo non significa che la sofferenza diventi “buona” o “voluta”. Significa che, anche dentro la sofferenza, Dio rimane Dio. E può portare bene da cose che umanamente sembrano solo male.
Se sei già credente, ricorda questa verità quando incontri persone che soffrono.
Una delle cose peggiori che possiamo fare a chi sta nel dolore è cercare di “spiegare” il dolore con cause spirituali superficiali. “Forse hai peccato in qualcosa”. “Forse non hai abbastanza fede”. “Forse c’è qualcosa nella tua famiglia che devi rompere”.
A volte può esserci qualcosa di vero in queste parole. Ma spesso è solo il nostro modo di non stare nel mistero. Vogliamo trovare una causa per sentirci al sicuro, per dirci che “a noi non capiterà perché siamo più a posto”.
Gesù non risponde così. Davanti al cieco non spiega. Guarisce. Davanti alle nostre lacrime, spesso il Signore non spiega: consola, e a suo tempo interviene. Imparalo anche tu nel modo in cui ti rapporti agli altri che soffrono.
2. Quest’uomo non è da Dio perché non osserva il sabato (v. 16)
Anche in questo capitolo, come al capitolo 5, Gesù sceglie di compiere un miracolo di sabato. E ancora una volta i farisei si dividono: alcuni dicono che è un peccatore perché viola il sabato; altri si chiedono come un peccatore possa fare miracoli simili.
Perché Gesù lo fa di sabato? Poteva tranquillamente aspettare il giorno dopo. Poteva semplicemente pronunciare una parola, invece di impastare il fango — un’azione esplicitamente proibita in quel giorno.
Lo fa apposta. Vuole smontare il sistema religioso ipocrita che era diventato una gabbia.
I farisei avevano costruito una religione fatta di regole ferree e inderogabili. Quella gabbia gli serviva per mettere a tacere la propria coscienza: se osservavano tutte le regole esteriori, potevano dirsi “a posto” davanti a Dio anche con il cuore lontano. Più la gabbia era stretta, più potevano sentirsi giusti.
Gesù entra e rompe quella gabbia.
Le regole — dice Gesù con i suoi gesti — erano linee guida, non muri invalicabili. Erano date per indirizzarci verso il cuore di Dio, non per sostituire il cuore di Dio. I farisei erano diventati esperti nel sembrare religiosi, ma il loro cuore era ben lontano da Dio.
Una domanda scomoda: stai usando la religione per metterti a tacere la coscienza?
Forse ti dici: “Vado in chiesa ogni domenica, prego ogni giorno, sono morale, sono una brava persona — quindi sono a posto”. E ti rifiuti di guardare dentro, dove magari ci sono rancori, freddezza, abitudini sbagliate, una vita di preghiera spenta.
La religione esteriore è una delle cose più pericolose al mondo, perché può farti sentire al sicuro mentre sei lontano da Dio. Gesù preferisce uno che riconosce la propria distanza, piuttosto che mille religiosi convinti della propria perfezione.
Se sei già credente, fai questo esame onesto su te stesso: la tua fede di oggi sa ancora stupirsi davanti a Gesù, o si è ridotta a una pratica abituale?
Segnali di allarme: ti accorgi che obbedisci più “per non sbagliare” che “per amore”; eviti certe persone perché “non sono dei nostri”; ti senti molto a tuo agio nel giudicare le pratiche di altri credenti; le tue conversazioni spirituali sono fatte più di regole che di Cristo.
Se qualcuno di questi segnali è acceso, fermati e torna al cuore. Le regole vengono fuori naturalmente da un cuore che ama. Un cuore freddo che applica regole produce solo farisei.
3. Una cosa so: ero cieco e ora ci vedo (v. 25)
Il cieco guarito viene interrogato più volte dai farisei. Loro vogliono che dica che Gesù è un peccatore. Lui non sa rispondere a tutte le loro domande teologiche, ma di una cosa è certissimo: “Una cosa so: ero cieco e ora ci vedo.”
Questa è la testimonianza più potente del vangelo: il cambiamento reale e verificabile della vita.
Il vangelo non è teoria. È accompagnato fin dall’inizio da interventi straordinari di Dio — i miracoli — che hanno lo scopo di confermare il messaggio della Parola. Abbiamo già visto al capitolo 2 che tutti i miracoli portano gloria a Dio e devono rientrare nei canoni della Bibbia.
Ma il cuore della testimonianza non è ciò che gli altri dicono di Cristo. È ciò che Cristo ha fatto in te.
L’uomo guarito non è teologo. Non sa rispondere a tutte le obiezioni dei farisei. Ma sa una cosa: prima era cieco, ora vede. E questo nessuno glielo può togliere.
Una verità importante: se tu ti affidi al Signore con tutto il cuore, Lui si manifesterà nella tua vita. Non significa che Dio “deve” fare tutto quello che chiediamo in preghiera. Significa che quando ci avviciniamo a Lui in modo sincero, Lui interverrà — per trasformare situazioni, per guidarci, per farsi conoscere. Perché è un Dio d’amore e perché vuole farsi conoscere alla nostra vita.
Una domanda diretta: se qualcuno ti chiedesse “Cristo cosa ha cambiato nella tua vita?”, cosa risponderesti?
Non sto chiedendo dottrine. Non sto chiedendo argomenti per convincere altri. Sto chiedendo: cosa è cambiato in te da quando hai incontrato Gesù? Concretamente. In quali aree.
Se la risposta è “non saprei dire” o “niente di particolare”, forse devi tornare a quel primo incontro. La fede vera lascia tracce. Non sempre miracolose, ma sempre reali.
Se sei già credente, c’è una lezione qui sulla tua testimonianza pubblica.
A volte ci tiriamo indietro dal parlare di Cristo perché pensiamo di non essere abbastanza preparati. “Non sono un teologo. Non saprei rispondere alle obiezioni. Non sono abbastanza maturo.”
Quel cieco guarito non aveva risposte teologiche. Aveva una storia: “ero cieco, ora vedo”. Quella storia ha zittito i farisei. La tua storia con Gesù è la cosa più potente che hai. Imparala. Raccontala. Dio la userà.
Pensa adesso, brevemente: prima di Cristo ero così… dopo l’incontro con Lui sono così…. Quella è la tua predicazione. Non aver paura di condividerla.