Giorno 10 Giovanni 10

Io sono il buon pastore

Giovanni 10

Io sono il buon pastore; il buon pastore dà la sua vita per le pecore. (Giovanni 10:11)

Giovanni 10

Questo capitolo del vangelo di Giovanni è incentrato su due analogie potenti che Gesù usa per mostrare chi Lui è: la porta e il buon pastore.

Tre cose pratiche da raccogliere oggi.

1. Io sono la porta delle pecore (v. 7)

Questa è un’analogia che a un primo ascolto può sembrare strana. Nei versetti precedenti Gesù ha detto che chiunque non entra dalla porta ma da qualche altra parte è “un ladro e un brigante”.

Pensiamo per un attimo a cosa ci vuole dire Gesù.

C’è un luogo di riparo per le pecore — l’ovile — dove esse si raccolgono per ricevere protezione, riposo e cibo. Quell’ovile rappresenta la presenza stessa del Signore mentre siamo sulla terra, e in senso più largo il paradiso. È il posto dove l’anima dell’uomo trova pace.

Ma Gesù dichiara che Lui è la porta. Per entrare in modo corretto alla presenza del Padre, e perfino in paradiso, bisogna entrare da quella porta.

Ci sono altri modi per entrare? Sì, ma quegli altri modi sono quelli dei ladri e dei malfattori — che poi verranno scoperti e cacciati fuori.

Molte persone pensano di entrare alla presenza del Signore attraverso riti, persone, santi, statue, o attraverso qualsiasi altra cosa. Ma in realtà c’è un solo modo semplice e pulito per entrare: attraverso Gesù. Attraverso una relazione con Lui, e attraverso la Parola di Dio — che è Gesù stesso (lo abbiamo visto al capitolo 1).

Gesù è ancora più specifico: “Io sono la porta; se uno entra per me, sarà salvato, entrerà e uscirà, e troverà pastura” (v. 9).

Notiamo tre promesse precise per chi entra dalla porta giusta:

  • Sarà salvato. Non forse salvato. Non spera di essere salvato. Sarà salvato.
  • Entrerà e uscirà. Cioè avrà libertà di movimento, non sarà prigioniero di una religione.
  • Troverà pastura. Troverà cura, nutrimento, sostentamento per la sua vita spirituale.

Una domanda diretta: da quale “porta” stai cercando di entrare nella presenza di Dio?

Forse stai provando con una porta secondaria — la religione di famiglia, un rito ereditato, una “spiritualità generica” che ti fa sentire collegato a qualcosa di superiore. Forse pensi che ci siano “tante vie a Dio” e che vada bene scegliere quella che ti pare.

Gesù dice una cosa molto chiara: Lui è la porta. Non una porta. La porta. Le altre non portano dove tu pensi.

Non è una questione di intolleranza religiosa. È una questione di realtà: diffida delle altre porte, perché Gesù è l’unica porta vera e sicura che ti permette di trovare salvezza e pastura per la tua vita.

Se sei già credente, ricordati spesso che sei entrato dalla porta giusta non per merito tuo, ma per grazia.

E ricorda che la stessa porta è aperta per gli altri. Quando incontri persone che cercano Dio in altri modi — riti, religioni, spiritualità varie — non guardarle dall’alto in basso. Ricorda che anche tu eri fuori finché qualcuno non ti ha indicato la porta. Sii uno che indica la porta, non uno che la difende come fosse un club privato.

2. Io sono il buon pastore (v. 11)

Gesù va ancora oltre e dichiara di essere il buon pastore.

Il pastore era un’occupazione molto specifica al tempo di Gesù — chi ascoltava sapeva benissimo cosa intendesse. Un buon pastore non era semplicemente “uno che bada alle pecore”. Era uno che:

  • Ama le sue pecore. Le conosce una per una.
  • Le chiama per nome. Le riconosce individualmente.
  • Cammina davanti a loro. Non le spinge, le guida.
  • Le difende dai lupi. Se necessario, mette a repentaglio la sua vita per salvarle.

Gesù dichiara di essere esattamente questo tipo di pastore. E ne dà la prova suprema: “Il buon pastore dà la sua vita per le pecore” (v. 11). Sulla croce, di lì a poco, lo dimostrerà letteralmente.

Confronta questo con quello che spesso si è visto nella storia della religione. Ci sono stati “pastori” che hanno preteso titoli altisonanti e si sono approfittati delle pecore, creando sistemi religiosi che invece di portare l’uomo a Dio sono fatti per derubare le pecore ed opprimerle.

Gesù non è assolutamente così. Lui è venuto sulla terra per dare la Sua vita per noi, perché abbiamo vita — e nota che dice “vita in abbondanza” (v. 10).

Fermati su questa parola: abbondanza.

Molti pensano al cristianesimo come a un insieme di riti e regole che ti tolgono qualcosa. “Diventando cristiano dovrei rinunciare a…”, “Non potrei più fare…”. Vedono Cristo come un freno, un limite.

Gesù dice il contrario. È venuto per dare vita — e non una vita appena sufficiente, ma una vita in abbondanza. Non perché diventeremo tutti ricchi o senza problemi, ma perché la qualità della vita interiore — il senso, l’amore, la libertà, la pace — sarà completamente diversa.

Nota anche un dettaglio importante: Gesù depone la sua vita volontariamente (v. 18). Nessuno gliela strappa. Nessun uomo avrebbe avuto la forza di inchiodare Dio sulla croce. Gesù sceglie di farsi inchiodare lì.

Una domanda da farti oggi: stai relazionando con Gesù come con un Pastore o come con un sistema?

Un sistema lo esegui. Un Pastore lo segui. Un sistema ti dà regole. Un Pastore ti dà la sua vita.

Se senti che la tua fede è diventata un’esecuzione meccanica — preghiere recitate, riti compiuti, doveri assolti — torna all’immagine del Pastore. Lui ti conosce per nome. Lui sa cosa stai vivendo oggi. Lui non ti chiede di “eseguire”: ti chiede di seguirlo.

Se sei già credente, c’è anche una lezione qui per chi serve nella chiesa, in qualsiasi ruolo.

Se Dio ti ha messo a guidare anche solo una piccola parte del suo gregge — un gruppo di studio, un ministero, una famiglia spirituale — il modello è Cristo. Conoscere le pecore per nome. Camminare davanti a loro. Servire con umiltà. Essere pronti a “dare la vita” per loro, cioè il proprio tempo, le proprie energie, il proprio comodo.

Non c’è altro modello biblico. Diffida di chi si presenta come “pastore” e non assomiglia a Cristo. E se sei tu in posizione di servizio, lascia che Cristo modelli il tuo cuore prima del tuo stile.

3. Le opere che faccio nel nome del Padre mio testimoniano di me (v. 25)

Ad un certo punto i farisei tornano alla carica: “Se tu sei il Cristo, diccelo apertamente”.

Gesù risponde con un’osservazione interessante: “Ve l’ho detto, e non lo credete; le opere che faccio nel nome del Padre mio, sono quelle che testimoniano di me”.

Cioè: non è che mancano le prove. Sono là, davanti ai loro occhi — i miracoli, le guarigioni, le vite trasformate. Ma chi non vuole credere non crederà comunque, neppure di fronte all’evidenza.

Questo ci dice una cosa importante su Gesù: non è solo un buon maestro. È soprattutto il Figlio di Dio. E come ne siamo certi? Per i miracoli che ha compiuto, e che compie tuttora nelle nostre vite.

Il vangelo non è teoria, ma vita abbondante.

Se tu entri dalla “porta” giusta — cioè la Parola di Dio incarnata in Cristo — Lui sarà libero di operare nella tua vita. E quello che farà in te e intorno a te confermerà ciò che Lui dichiara di essere: il Figlio del Dio vivente.

Una domanda diretta: stai dando a Gesù lo spazio per operare nella tua vita?

Non sto parlando di “miracoli spettacolari”. Sto parlando di cambiamenti reali: nel modo in cui ti arrabbi, nel modo in cui perdoni, nel modo in cui tratti chi ti sta intorno, nelle abitudini che lasci e in quelle che cominci, nella pace che hai dentro anche nelle prove.

Se la tua fede non sta producendo nessun cambiamento, forse la stai vivendo come teoria. Apri la porta. Lascia che il Pastore entri davvero. Lascia che faccia il suo lavoro.

Se sei già credente, ricorda spesso questo principio quando incontri persone che vogliono “discutere” il vangelo invece di sperimentarlo.

Alcune persone non si convertiranno mai per quante prove gli porti. Hanno deciso di non credere e continueranno a chiedere “una prova in più” all’infinito. Non è il tuo compito convincerli con la dialettica.

Il tuo compito è vivere il vangelo in modo che diventi tu stesso una “opera” che testimonia di Cristo. Quando una persona vede una vita realmente cambiata, qualcosa nel suo cuore comincia a muoversi. Spesso, molto più di mille discussioni.