Giorno 13 Giovanni 13
Servire e amare
Giovanni 13
Da questo conosceranno tutti che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri. (Giovanni 13:35)
Giovanni 13
Il capitolo 13 si apre con una scena potentissima. Gesù, dopo aver cenato con i suoi discepoli, fa un gesto dal grande valore simbolico: si alza e lava i piedi ai suoi.
Al tempo di Gesù si camminava per le strade con sandali aperti, e le strade erano sterrate. Lavare i piedi a qualcuno era considerato il lavoro più umile in assoluto — riservato ai servi più bassi della casa. Un padrone non lavava mai i piedi dei suoi servi. Eppure il Signore stesso si alza e li lava ai suoi discepoli.
Tre verità importanti da raccogliere oggi.
1. Il Maestro che serve (vv. 4-15)
La lezione dietro a questo gesto è semplice e dirompente: Gesù non è venuto per essere servito, ma per servire in umiltà.
Gesù sta mostrando ai suoi discepoli che il regno dei cieli ha delle regole completamente diverse dai regni terreni. Nel regno di Dio, i maestri, i pastori e i leader della chiesa sono servi. Devono esercitare il proprio ruolo con umiltà, non con potere.
Gesù non è venuto nel mondo per essere onorato e riverito. È venuto per servire. E il suo servizio si concluderà sulla croce, morendo per i propri discepoli e seguaci.
Questo è molto diverso da ciò che si vede oggi nel panorama religioso.
Alcuni leader religiosi desiderano o addirittura incoraggiano adulazione e riverenza. Alcuni pretendono il bacio della propria mano. Altri girano con grandi auto, elicotteri, yacht. Si fanno chiamare con titoli altisonanti che non hanno alcuna base biblica.
Tutto questo è completamente contrario all’insegnamento di Gesù. Il servo di Dio deve essere un uomo semplice, sincero, capace di servire i suoi fratelli in umiltà. Senza mai mettere se stesso al centro.
Il verso che chiude ogni disputa su questo punto è il v. 16: “In verità, in verità vi dico: il servo non è più grande del suo padrone, né il messaggero più grande di colui che l’ha mandato”.
Se Gesù — Dio incarnato — lava i piedi, chiunque pretende di non poterli lavare ha già perso il vangelo.
Una domanda diretta: come ti rapporti al servizio?
Lo vedi come un’umiliazione o come una somiglianza a Cristo? Quando ti chiedono di fare qualcosa di “basso” — pulire, sistemare, occuparti dei dettagli, aiutare chi non può contraccambiare — la tua reazione interna qual è? Fastidio o disponibilità?
Più diventiamo simili a Cristo, più troviamo libertà nel servire. E meno simili siamo a Lui, più ci sembra umiliante.
Se sei già credente, e specialmente se hai un ruolo nella chiesa, fai questo controllo onesto.
Chiediti: c’è qualche compito che ho cominciato a ritenere “sotto di me”? Un servizio che facevo all’inizio e che ora penso sia da delegare? Un atto di umiltà che evito perché “ormai ho un altro ruolo”?
Stai attento. Quando i credenti pensano di essere “passati oltre” il servizio umile, hanno perso qualcosa di Cristo. Non c’è ruolo nella chiesa che ti esonera dal lavare i piedi.
Anzi, è il contrario: più cresci nel servizio, più dovresti essere il primo a cominciare dalle cose umili. Non per dimostrare qualcosa, ma perché lo ami davvero.
2. Gesù sapeva chi lo avrebbe tradito (vv. 18-30)
La seconda parte del capitolo ci mostra il momento in cui Gesù svela ai discepoli che uno di loro lo avrebbe tradito quella stessa sera.
Possiamo solo immaginare la confusione e il sospetto che una rivelazione del genere getta nella mente dei discepoli. Nessuno di loro sospetta di Giuda. Era uno di loro. Camminava con loro da tre anni. Aveva visto gli stessi miracoli. Aveva fatto le stesse domande. Era irriconoscibile dagli altri.
Ma questa scena ci mostra anche qualcosa di più profondo.
Gesù sapeva fin dall’inizio che Giuda lo avrebbe tradito, perché Gesù — essendo vero Dio e vero uomo — conosceva gli avvenimenti futuri. Eppure c’è una cosa incredibile: in nessuno dei quattro vangeli troviamo Gesù trattare male Giuda. Mai. Non lo mette da parte. Non lo umilia. Non lo espone.
Gesù pregò per Giuda proprio come pregava per ognuno dei suoi discepoli. Lo amava proprio come amava gli altri. Proprio come ama me e te.
Questo ci mostra la grandezza dell’amore di Dio. Pur sapendo e conoscendo le nostre cadute, i nostri errori, e perfino che — come Giuda — lo tradiremo, continua a trattarci con amore. Lascia la porta aperta fino all’ultimo. Aspetta il nostro ravvedimento. Non smette di tendere la mano.
C’è anche un dettaglio sul peccato che dobbiamo capire. Il testo dice: “E dopo il boccone, Satana entrò in lui” (v. 27). Cioè: prima Giuda scelse di tradire, poi Satana entrò in lui per portare a compimento quel disegno.
Questo dettaglio è importantissimo. Il diavolo ha il potere di tentarci e di metterci pensieri di peccato, ma il responsabile, l’esecutore materiale del peccato, non è il diavolo — siamo noi.
Spesso si sente dire: “È stato il diavolo a farmi fare questo”. È vero che il diavolo è bugiardo e assassino, e mette nella nostra mente il seme del peccato. Ma la Bibbia ci insegna chiaramente che c’è sempre una scelta. Possiamo scegliere di non peccare.
Quando però scegliamo di peccare, e quel peccato diventa un’abitudine, dobbiamo mettere in conto che il diavolo potrebbe “entrare in noi” — cioè ottenere un diritto legale su una o più aree della nostra vita, con lo scopo di devastarle.
Non possiamo qui sviluppare un discorso così ampio. Ci basti sapere una cosa: quando diamo ascolto ai pensieri di peccato suggeriti dal diavolo, gli facciamo spazio nella nostra vita, mettendolo nelle condizioni di farci del male.
Una domanda diretta da farti oggi: c’è un pensiero di peccato a cui stai dando ascolto regolarmente?
Magari non lo metti in pratica subito. Ma lo accarezzi, lo coltivi, lo rimugini. Magari pensi che, fintanto che non agisci, non sia un problema. Non è così. Quello che coltivi nei pensieri, prima o poi prende forma nelle azioni. E nel frattempo, stai dando al nemico un piede di appoggio.
Tronca quei pensieri appena arrivano. Sostituiscili con la Parola. Non lasciare che mettano radici.
Se sei già credente, c’è anche un’altra lezione qui dalla storia di Giuda.
Giuda è stato per tre anni accanto a Gesù. Ha visto i miracoli. Ha predicato il vangelo. Ha persino fatto miracoli lui stesso (quando Gesù mandò i Dodici). Eppure il suo cuore non era mai stato veramente cambiato.
Vicinanza esterna a Cristo non equivale a vita interiore in Cristo. Si può stare nella chiesa per anni, partecipare attivamente, persino servire, e non essere mai stati davvero rigenerati.
Fai un controllo onesto sulla tua vita: stai con Gesù, o stai accanto a Gesù? C’è una differenza enorme. Solo Gesù conosce davvero il tuo cuore. Lascia che lo esamini, anche se è scomodo.
3. Da questo conosceranno che siete miei discepoli (vv. 34-35)
Il capitolo 13 termina con quello che Gesù chiama un nuovo comandamento.
“Vi do un nuovo comandamento: che vi amiate gli uni gli altri. Come io vi ho amati, anche voi amatevi gli uni gli altri. Da questo conosceranno tutti che siete miei discepoli, se avete amore gli uni per gli altri.”
Fermati su due aspetti di questo verso.
Primo: “come io vi ho amati”.
L’amore che siamo chiamati ad estendere gli uni agli altri non è un amore generico, sentimentale, “buonista”. È un amore con un modello preciso: come Gesù ha amato noi.
E come ci ha amato Gesù?
- Con i fatti, non solo con le parole. Non ci ha amati a parole — è morto per noi.
- Senza interesse. Non si aspetta nulla in cambio. Il suo desiderio è che ci arrendiamo al Suo amore, ma se non lo facciamo, il suo amore continua fermo lo stesso.
- Con verità. Senza nasconderci nulla. Il suo è amore anche quando ci parla in modo forte, quando ci corregge. L’amore vero non è quello che ti dice solo ciò che vuoi sentire — è quello che ti dice anche ciò che hai bisogno di sentire.
Secondo: “da questo conosceranno”.
Gesù dice che il segno distintivo dei suoi discepoli — quello che permette al mondo di riconoscerli — è l’amore reciproco. Non l’ortodossia teologica. Non i numeri della chiesa. Non gli edifici. Non l’attivismo religioso.
L’amore tra fratelli è la prova davanti al mondo che il vangelo è vero.
E al contrario, la divisione tra cristiani è una contro-predicazione. Quando il mondo vede credenti che si insultano, si dividono, si scomunicano, si attaccano sui social per ogni questione teologica secondaria — fa fatica a credere al vangelo. Lo vedremo al capitolo 15 e al capitolo 17 in altri modi.
Una domanda diretta: come stai amando i fratelli che il Signore ti ha messo accanto?
Non sto parlando dei fratelli in astratto — sto parlando di quelli concreti che frequenti ogni domenica. Quelli che hanno difetti che ti irritano. Quelli con cui non sei d’accordo su tutto. Quelli che ti hanno deluso. Quelli che hanno uno stile diverso dal tuo.
Li stai amando come Cristo ti ha amato? Con i fatti, senza interesse, con verità?
L’amore di cui parla Gesù non è un sentimento. È una scelta deliberata, ripetuta, costante.
Se sei già credente, ricordati che la prima predica che fai ogni settimana non sono le parole che dici, ma il modo in cui tratti gli altri credenti.
Le persone che ti circondano — colleghi, vicini, familiari non credenti — non leggono la Bibbia. Ti leggono. Vedono come ti rapporti agli altri nella tua chiesa, come parli del tuo pastore, come reagisci alle persone difficili. E da lì, traggono conclusioni sul vangelo.
Sii pesante in coscienza su questo. Non rovinare la testimonianza del vangelo con una cattiva relazione fraterna. Vale più una chiesa imperfetta dove ci si ama davvero, che mille chiese teologicamente impeccabili dove ci si combatte.