Giorno 18 Giovanni 18

L'arresto e il processo

Giovanni 18

Il mio regno non è di questo mondo. (Giovanni 18:36)

Giovanni 18

I capitoli 18 e 19 sono il cuore di tutto. Tutto il vangelo è stato una corsa verso questo punto: la croce. Siamo ora arrivati all’ora che Gesù aveva annunciato fin dal principio.

1. Chi cercate? Io vi ho detto che sono io (vv. 4-8)

La scena dell’arresto è impressionante. Una compagnia di soldati con torce, lanterne e armi viene a prendere Gesù nell’orto del Getsemani. Lui non scappa. Va loro incontro e chiede: «Chi cercate?». «Gesù il Nazareno». E lui risponde: «Io sono».

Giovanni nota un dettaglio strano: «Appena Gesù ebbe detto loro: “Io sono”, indietreggiarono e caddero in terra» (v. 6).

Decine di soldati armati cadono a terra solo perché Gesù dice “io sono”. Perché?

Perché “Io sono” non è solo “sono io”, è il nome di Dio che abbiamo già incontrato al capitolo 8. Per un momento Gesù lascia trasparire la sua divinità, e quegli uomini vengono buttati a terra dalla forza di quella presenza.

E poi, deliberatamente, torna a essere un uomo qualsiasi e si lascia arrestare.

Questo è un punto fondamentale. Nessuno ha catturato Gesù. Nessuno l’ha portato sulla croce contro la sua volontà. Lui si è lasciato catturare. Si è lasciato condannare. Si è lasciato crocifiggere. Tutto era sotto il suo controllo.

Lo aveva detto al capitolo 10: «Nessuno me la toglie [la vita], ma io la depongo da me» (10:18).

Fermati su questo, perché cambia tutto.

Non sei stato salvato per caso. Non sei stato salvato perché qualcosa è andato storto e Gesù è finito sulla croce. Non sei stato salvato perché i romani erano cattivi e i sacerdoti gelosi. Sei stato salvato perché Gesù ha SCELTO di andare lì. Per te. Con il tuo nome in testa.

Pensaci: in quell’orto Gesù aveva tutto il potere per fermare tutto. Una parola sua e i soldati erano spacciati. Aveva tutto il potere per chiamare «più di dodici legioni di angeli» (Matteo 26:53). Eppure tese le mani perché glielo legassero.

Perché? Perché senza la croce non c’era salvezza per te. E Lui ha preferito la croce alla vita comoda. Ti ha messo davanti a sé stesso.

Una domanda onesta: quando è stata l’ultima volta che ti sei fermato a ringraziarlo per questo? Non per chiedere qualcosa, non per lamentarti di qualcosa. Solo per dire: “Grazie. Hai scelto me.”

Se sei già credente, c’è una verità che facilmente perdiamo di vista nel tran tran della vita cristiana. Ogni volta che dimentichi quanto è costato a Gesù salvarti, cominci a vivere la fede come un dovere invece che come una risposta d’amore.

Torna spesso al Getsemani. Torna spesso ai chiodi. Non per sentirti in colpa, ma per ricordarti che sei amato di un amore che ha scelto la croce piuttosto che lasciarti perdere.

2. Pietro lo rinnegò (vv. 17, 25-27)

Mentre Gesù è dentro la casa del sommo sacerdote, fuori, nel cortile, Pietro si scalda al fuoco. Tre persone gli chiedono se è uno dei discepoli di Gesù. Tre volte risponde: no.

Poche ore prima Pietro aveva giurato che sarebbe morto per Gesù. Ora una serva gli fa una domanda e lui crolla.

Questa storia è scritta perché tu non ti faccia illusioni su te stesso.

Pietro era il leader dei discepoli, il più impulsivo, il più zelante. Quello che camminava sulle acque. Quello che aveva confessato per primo: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente”. Eppure crolla davanti a una serva.

Cosa è successo a Pietro? Aveva sopravvalutato sé stesso e sottovalutato la forza della pressione.

Fermati e pensa alla tua vita.

Quante volte hai detto: “Io quella cosa non la farei mai”? E poi l’hai fatta.

Quante volte hai pensato: “Quel peccato non è un mio problema, io sono diverso”? E poi ci sei caduto dentro fino al collo.

Quante volte hai giudicato qualcun altro per qualcosa, salvo poi scoprire che nella stessa situazione tu hai reagito persino peggio?

La differenza tra un cristiano vero e un cristiano illuso non è la forza, è sapere che senza Gesù non puoi fare nulla (lo abbiamo visto al capitolo 15).

L’illuso dice: “Io ce la faccio”. Il cristiano vero dice: “Senza di Lui sono perso”.

L’illuso entra nelle prove con sicurezza. Il cristiano vero entra nelle prove in ginocchio.

E se hai già fallito? Se hai già rinnegato Gesù — magari non a parole, ma con scelte, silenzi, compromessi?

La buona notizia è che Pietro non finisce qui. Al capitolo 21 vedremo come Gesù lo restaura. Stesso fuoco, stesso lago, ma una storia nuova.

Anche le tue cadute non sono la fine, se torni a Lui. Non c’è caduta da cui Gesù non possa rialzarti. Non c’è rinnegamento che Lui non possa trasformare in restaurazione.

L’unica caduta definitiva è quella in cui smetti di tornare.

Se sei già nella chiesa da tempo, questa è una verità che devi tenere stretta — sia per te stesso che per gli altri.

Per te: non guardare con sufficienza i nuovi credenti che cadono. Non sei “arrivato”. Pietro è caduto dopo tre anni con Gesù.

Per gli altri: quando un fratello cade, non scrivertelo subito tra i perduti. Sii uno che lo aiuta a tornare, non uno che gli sbatte la porta in faccia. Ricordati che anche tu sei un Pietro restaurato.

3. Il mio regno non è di questo mondo (v. 36)

Gesù viene portato davanti a Pilato, il governatore romano. Il dialogo che segue è uno dei più profondi del vangelo.

Pilato chiede: «Sei tu il re dei Giudei?» (v. 33).

Gesù gli risponde: «Il mio regno non è di questo mondo» (v. 36).

Questa è una frase rivoluzionaria. Pilato si aspettava che il problema con Gesù fosse politico: un agitatore, uno che voleva rovesciare Roma. Invece Gesù gli dice una cosa che lo spiazza: il mio regno è di un altro tipo.

Cosa significa per noi?

Significa che il cristianesimo non è una bandiera politica. Non è un partito. Non è “destra contro sinistra”. Non è “noi contro loro”. Il regno di Gesù si stabilisce nei cuori delle persone, una alla volta, e si estende attraverso l’amore e la verità — non con le armi e nemmeno con i voti.

Fai questa prova. Pensa all’ultima volta che ti sei arrabbiato per qualcosa di pubblico — una legge, una decisione, un politico, un fatto di cronaca. Quanto sei stato turbato? E quanto sei stato turbato, nella stessa settimana, dal fatto che persone intorno a te vivono senza Cristo?

Se la bilancia pende dalla parte sbagliata, devi tornare a Giovanni 18.

Significa anche che, come cristiano, vivi in due mondi. Sei cittadino di questa terra e devi rispettarne le leggi, ma sei prima di tutto cittadino del regno di Dio. Quando i due mondi entrano in conflitto, il regno di Dio viene prima.

Pilato chiude il dialogo con una domanda che è ancora oggi una delle domande più importanti del mondo: «Che cos’è la verità?» (v. 38). E senza aspettare la risposta, esce.

Questa è la tragedia di Pilato: aveva la Verità incarnata di fronte e l’ha lasciata andare.

Ti vedi in Pilato?

Sono tanti i Pilato di oggi. Persone che fanno la domanda giusta — “Cos’è la verità?”, “Cosa c’è dopo la morte?”, “Esiste Dio?” — ma non aspettano la risposta. Si distraggono. Si dicono “poi ci penso”. Hanno altri impegni. Si girano dall’altra parte.

Tu non fare lo stesso errore. Quando la Verità ti sta di fronte, fermati e ascoltala. Non rinviare a domani. Pilato non ha più avuto un’altra occasione come quella. Anche le tue occasioni non sono illimitate.

Se sei già credente, questa parte del capitolo ti chiede una cosa precisa: dove stai mettendo la tua energia?

Tante persone nella chiesa oggi sono più appassionate di politica che del vangelo. Più aggiornate sui social che sulla Parola. Più pronte a difendere una posizione partitica che a difendere la verità di Cristo davanti a chi non la conosce.

Gesù davanti a Pilato non parla di Roma, non parla di Cesare, non parla del sistema politico del suo tempo. Parla del regno di Dio.

Tu nelle tue conversazioni di cosa parli di più?

Il regno per cui Gesù è morto non si costruisce con i post arrabbiati. Si costruisce con vite che riflettono il Re — vite di amore, di verità, di servizio. Una conversazione alla volta. Un’anima alla volta.

Quello è il regno che dura. Tutto il resto passerà.