Giorno 19 Giovanni 19
Tutto è compiuto
Giovanni 19
Quando Gesù ebbe preso l'aceto, disse: «È compiuto!». E, chinato il capo, rese lo spirito. (Giovanni 19:30)
Giovanni 19
Il capitolo 19 racconta la crocifissione. È il punto centrale di tutta la storia umana. È il giorno in cui Dio ha pagato il prezzo per il nostro peccato. Ti chiedo di leggerlo lentamente, e magari di leggerlo due volte.
1. Ecco l’uomo! (v. 5)
Pilato, dopo aver fatto flagellare Gesù, lo presenta alla folla con questa frase: “Ecco l’uomo”.
Non si rende conto di cosa sta dicendo. Sta presentando alla folla il Figlio di Dio coperto di sangue, con una corona di spine sulla testa, vestito di una porpora di derisione.
Eppure, in quel momento, è davvero “l’uomo”. È l’uomo come Dio l’aveva pensato fin dal principio: l’uomo che obbedisce perfettamente, l’uomo che ama fino in fondo, l’uomo che non cerca se stesso. È il secondo Adamo (Romani 5:18-19), che riprende dove il primo Adamo aveva fallito.
E in quel momento, paradossalmente, è anche l’uomo che porta su di sé tutto il peggio dell’umanità: il nostro peccato, la nostra ribellione, la nostra colpa. Tutto il male del mondo si è scaricato su di Lui.
Quando guardi a Gesù sulla croce vedi due cose contemporaneamente: vedi quanto ti ama Dio, e vedi quanto è grave il tuo peccato. Se Gesù è dovuto morire così, il tuo peccato non era una “cosetta da nulla”. E se Gesù è morto comunque, il suo amore per te non ha misura.
2. Crocifissero lui e con lui altri due, uno di qua, l’altro di là (v. 18)
Giovanni descrive la crocifissione con sobrietà incredibile. “Lo crocifissero”. Punto. Non si dilunga sull’orrore. Perché?
Forse perché chi leggeva sapeva benissimo cosa fosse la crocifissione. Era la pena più atroce inventata dai romani: si moriva per asfissia, lentamente, dopo ore di sofferenza, esposti pubblicamente.
Gesù rimase sulla croce circa sei ore. In quelle sei ore portò il peso di ogni peccato di ogni uomo che mai sarebbe stato salvato. Non solo il dolore fisico: il dolore spirituale di essere “fatto peccato” (2 Corinzi 5:21), di essere abbandonato dal Padre (Matteo 27:46).
Sopra la croce Pilato fece scrivere un’iscrizione in tre lingue: ebraico, latino e greco. Diceva: «Gesù il Nazareno, re dei Giudei». I capi dei sacerdoti protestarono ma Pilato rispose: «Quello che ho scritto, ho scritto» (v. 22).
Dio aveva preparato anche questo. Mentre Gesù moriva, sopra la sua testa, in tutte le lingue del mondo civilizzato di allora, era proclamato chi era veramente: il Re. Anche dalla mano di un governatore pagano che non se ne rendeva conto.
3. È compiuto (v. 30)
L’ultima parola di Gesù sulla croce è una sola parola in greco: tetélestai (τετέλεσται). Tradotta in italiano “tutto è compiuto” o “è compiuto”.
Questa parola era usata in tre contesti specifici:
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Da un servo che aveva finito un compito assegnato dal padrone.
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Da un sacerdote che aveva finito il sacrificio nel tempio.
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Da un commerciante quando un debito era stato pagato per intero. Si scriveva tetélestai sulla pergamena del debito: “saldato”.
Tutti e tre i significati si applicano a Gesù.
Il compito che il Padre gli aveva dato è terminato.
Il sacrificio è stato offerto, e questo sacrificio è perfetto, una volta per sempre, e non ne servono più altri (Ebrei 10:14).
E il debito del peccato è stato pagato. Non c’è più nessuna pendenza tra noi e Dio per chi crede in Cristo. Saldato.
Voglio che ti fermi su quella parola. Saldato.
Hai mai avuto un debito grosso sulla testa? Una rata che non riuscivi a pagare? Una multa che cresceva ogni mese? Sai cosa significa la sensazione di stare per essere schiacciato da qualcosa che non riesci a coprire.
Adesso immagina che qualcuno arrivi, paghi tutto, e ti consegni la ricevuta con scritto “saldato”. Cosa provi? Sollievo. Libertà. Forse persino lacrime.
Ecco. Questo è il vangelo.
Il tuo debito davanti a Dio era impossibile da pagare. Una vita intera di buone azioni non basterebbe nemmeno a pagare l’interesse. Sei in rosso e non hai modo di rimetterti in pari.
E Gesù sulla croce ha scritto tetélestai sul tuo conto. Saldato. Per intero. Per sempre.
Questa è la frase più importante di tutto il vangelo. Tutto il resto della Bibbia, dalla Genesi all’Apocalisse, si concentra in questa parola. Se hai capito tetélestai hai capito il cristianesimo. Non c’è niente che tu debba fare per “aggiungere” qualcosa alla salvezza che Cristo ha procurato. È compiuto.
La tua parte è una sola: ricevere quel pagamento per fede. Non puoi aggiungerci niente, non devi aggiungerci niente. Devi solo dire: “Sì, Signore, anche per me. Grazie”.
Se non l’hai mai fatto, oggi è il giorno giusto.
Puoi farlo proprio adesso, con parole tue. Non serve una formula, non serve un ambiente particolare. Se vuoi un esempio di preghiera con cui aprire il cuore al Signore, puoi pregare così:
“Signore Gesù, io riconosco che sono un peccatore e che ho bisogno di Te. Ammetto davanti a Te che la mia vita senza di Te non ha la direzione giusta. Credo con tutto il mio cuore che Tu sei morto sulla croce per i miei peccati — per i miei, personalmente — e che sei risorto per darmi vita eterna. Ti chiedo perdono e Ti chiedo di entrare nella mia vita come mio Signore e Salvatore. Da oggi voglio camminare con Te. Trasforma il mio cuore e guidami da oggi in avanti. Grazie perché mi ami e perché oggi divento Tuo figlio. Ti chiedo tutto questo nel nome di Gesù, Amen.”
Se l’hai pregata sinceramente, sei nato di nuovo (capitolo 3). Sei figlio di Dio. Il tuo debito è saldato.
Se sei già credente, tetélestai è una parola che dovresti tenere sempre vicino al cuore — soprattutto quando il diavolo cerca di rimetterti addosso il peso che Gesù ha già tolto.
Quante volte ti capita di sentirti dire dentro: “Tu non sei abbastanza”. “Quello che hai fatto è troppo grave”. “Dio non ti perdona davvero, devi guadagnartelo”.
Quando senti queste voci, rispondi con una parola: tetélestai.
Saldato.
Non sto io a pagare un debito che Cristo ha già pagato.
Non vivo per guadagnarmi un favore che ho già ricevuto.
Non mi tormento per un peccato che è già stato cancellato.
La vita cristiana non è il tentativo di pagare un debito. È la risposta di gratitudine di chi ha capito che il debito è già stato saldato. Tutto quello che fai per il Signore — il servizio, la preghiera, l’ubbidienza — non è per aggiungere qualcosa alla salvezza. È perché la salvezza è già tua, e l’unica reazione possibile davanti a un amore così è dire: “Eccomi, prendi anche la mia vita”.
Vivi come uno che porta in mano la ricevuta firmata da Cristo.
Perché è quello che sei.