Giorno 20 Giovanni 20
Mio Signore e mio Dio
Giovanni 20
Queste cose sono scritte affinché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio. (Giovanni 20:31)
Giovanni 20
Senza il capitolo 20, il vangelo di Giovanni sarebbe la storia di un fallimento glorioso. Gesù sarebbe un uomo straordinario che ha amato fino a morire ma che, alla fine, è stato sopraffatto. Il capitolo 20 cambia tutto. Gesù non è rimasto nella tomba. È risorto.
La resurrezione di Gesù è il fondamento del cristianesimo. Paolo sarà esplicito: «Se Cristo non è risuscitato, vana è la nostra predicazione e vana è pure la vostra fede» (1 Corinzi 15:14). Tutto si gioca qui.
1. La pietra era stata tolta dal sepolcro (v. 1)
La storia comincia all’alba. Maria Maddalena va al sepolcro mentre è ancora buio e trova la pietra rotolata via.
È importante notare un dettaglio: nessuno aspettava la resurrezione. I discepoli non stavano davanti al sepolcro a contare i giorni. Erano nascosti, terrorizzati, convinti che fosse finita. Le donne vanno al sepolcro per terminare la sepoltura, non per assistere a un miracolo.
Questo ci dice una cosa importante: la resurrezione non è stata il frutto di uno stato d’animo dei discepoli. Non è stata un’invenzione, una “speranza che si è trasformata in fede”. I discepoli erano i primi a non crederci. Quando Maria corre a dirlo a Pietro e Giovanni, loro vanno a vedere ma il testo dice esplicitamente: «non avevano ancora capito la Scrittura, secondo la quale egli doveva risuscitare dai morti» (v. 9).
La fede nella resurrezione è nata perché il fatto è successo, non il contrario.
Fermati su questo, perché è importante. Tante persone oggi pensano che il cristianesimo sia una bella favola che gente disperata si è raccontata per consolarsi. Una specie di Babbo Natale per adulti.
Ma se guardi attentamente al capitolo 20, vedi una cosa precisa: i discepoli non erano disperati nostalgici che si sono inventati il finale. Erano scettici che hanno dovuto arrendersi all’evidenza.
Pietro corre al sepolcro. Lo trova vuoto.
Giovanni entra. Vede le bende piegate in modo ordinato — un dettaglio strano, perché chi ruba un cadavere non si mette a piegare i panni.
Maria piange perché pensa che qualcuno abbia portato via il corpo.
Tommaso non ci crederà nemmeno quando glielo diranno tutti gli altri.
Questi non sono uomini che vogliono credere. Sono uomini che vengono trascinati a credere dai fatti.
E poi, una volta che si arrendono, daranno tutti la vita per quello che hanno visto. Tutti gli apostoli (tranne Giovanni) moriranno martiri per non aver voluto rinnegare la resurrezione. Nessuno muore per qualcosa che sa di aver inventato.
Una domanda da farti, soprattutto se sei un cercatore: se i primi testimoni — quelli che potevano andare al sepolcro a controllare — sono stati convinti dai fatti, perché tu vuoi convincerti con i sentimenti?
La fede cristiana non ti chiede di spegnere il cervello. Ti chiede di guardare onestamente le prove. La tomba vuota è un fatto storico. I testimoni sono storici. La trasformazione dei discepoli è un fatto storico. Non devi credere a occhi chiusi: devi solo aprirli.
Se sei già credente, la resurrezione non è solo un articolo del Credo che reciti la domenica. È il fondamento di tutto quello che sei.
Pensaci: se Cristo è risorto, allora ogni sua promessa è vera. Ogni parola che ti ha detto sulla vita eterna, sul perdono, sulla cura che ha per te — tutto sta in piedi su questo unico fatto.
E se è risorto Lui, risorgerai anche tu. Quella tomba aperta è una promessa anche per la tua. Quello che sembra l’ultima parola sulla tua vita — la malattia, l’invecchiamento, la morte stessa — non lo è.
Quando hai paura della morte (la tua o quella di chi ami), torna a Giovanni 20. La tomba è vuota. Quello cambia tutto.
2. Maria! … Rabbunì! (v. 16)
Una delle scene più tenere del vangelo. Maria, davanti al sepolcro vuoto, piange. Gesù le appare ma lei non lo riconosce, lo scambia per il giardiniere.
Poi Gesù pronuncia una sola parola: «Maria».
E lei lo riconosce subito. «Rabbunì!» (Maestro).
Cosa è successo? Il modo in cui Gesù ha pronunciato il suo nome. Quel tono, quella voce, solo lui sapeva chiamarla così.
Questa scena ci insegna qualcosa di prezioso. Gesù non chiama “le folle”. Chiama te per nome. Conosce te personalmente, conosce la tua storia, sa esattamente come parlarti perché tu lo riconosca. Lo abbiamo già visto al capitolo 10: «Le sue pecore lo seguono perché conoscono la sua voce» (10:4).
Fermati e pensa per un attimo a Maria.
Era una donna con un passato pesante — Luca 8:2 ci dice che Gesù aveva scacciato da lei sette demoni. Sette. Probabilmente nessuno la considerava granché. Probabilmente lei stessa pensava di essere “la donna che era stata posseduta”, quella che la gente evita.
Eppure Gesù — appena risorto, con tutto l’universo che stava per scoprire la sua vittoria — sceglie di apparire a lei per prima. A lei. Non a Pilato. Non al sommo sacerdote. Non a Cesare. A Maria di Magdala.
E la chiama per nome.
Questo è il Dio che incontri nel vangelo. Non un Dio che si rivela ai potenti e ignora gli ultimi. Un Dio che cerca proprio chi pensava di non meritare di essere cercato.
Se in questo momento ti senti uno di quelli che “non conta”, uno che ha un passato troppo sporco, uno che è invisibile per la società, ascolta bene: Gesù conosce il tuo nome. E quando lo pronuncerà — e prima o poi lo farà, magari attraverso queste pagine — lo riconoscerai. Perché nessuno lo dice come Lui.
Una domanda: stai ascoltando?
Tante persone non sentono Gesù che le chiama perché vivono col volume alto su tutto il resto. Notifiche. Voci. Preoccupazioni. Lavoro. Pensieri che girano. In tutto quel rumore, la voce di Gesù — che spesso è un sussurro, non un tuono — si perde.
Maria ha sentito perché in quel momento era ferma. Era davanti alla tomba. Piangeva, ma era lì. Non era impegnata altrove.
Quando è l’ultima volta che ti sei fermato abbastanza per sentirti chiamare per nome?
Se sei già credente, hai sentito Gesù chiamarti per nome — almeno quel giorno in cui sei diventato suo. Ma forse adesso non lo senti più tanto bene.
Non è perché Lui non parla più. È perché tu sei tornato a vivere col volume troppo alto.
Riprenditi spazi di silenzio. Riprenditi tempi in cui aprire la Bibbia senza fretta. Riprenditi momenti in cui non stai facendo nulla — solo stando davanti al Signore.
Lui ti chiama ancora per nome. Ogni giorno. Ma devi essere abbastanza fermo per sentirlo.
3. Mio Signore e mio Dio! (vv. 24-29)
Tommaso non era con gli altri quando Gesù era apparso la prima volta. Quando glielo raccontano, lui dice una frase storica: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi, e se non metto il mio dito nel segno dei chiodi e la mia mano nel suo costato, io non crederò» (v. 25).
Tommaso è stato chiamato per duemila anni “l’incredulo”. Ma c’è qualcosa di onesto in lui: voleva una fede basata sui fatti, non sui sentimenti.
Una settimana dopo Gesù appare di nuovo, e questa volta Tommaso c’è. Gesù gli dice: «Porgi qua il dito e guarda le mie mani; porgi la mano e mettila nel mio costato; e non essere incredulo, ma credente».
Nota una cosa straordinaria. Gesù non rimprovera Tommaso per le sue domande. Non gli dice: “Come osi dubitare?”. Gli viene incontro. Lo invita a verificare. Si lascia toccare.
Questa è una notizia liberante per molte persone: Gesù non ha paura delle tue domande. Non lo offendi se hai dubbi. Non lo deludi se vuoi capire prima di credere. Lui è la Verità (cap. 14), e la verità non ha paura di essere esaminata.
Se hai dei dubbi, portali a Lui apertamente. Non li nascondere. Non far finta di niente. Gesù che si è lasciato toccare da Tommaso è lo stesso che si lascia interrogare da te.
E guarda cosa succede a Tommaso. Davanti a Gesù risorto, non ha più bisogno di toccare. Cade in ginocchio e pronuncia la confessione di fede più alta di tutto il vangelo: «Mio Signore e mio Dio!».
Questo è il punto a cui Giovanni ha portato il lettore per venti capitoli. Tutto il vangelo è stato scritto per portarti qui: a riconoscere che Gesù è Signore e Dio.
Fermati su quelle due parole, perché sono importanti.
Signore. Cioè qualcuno che ha autorità sulla tua vita. Non un consulente, non un coach motivazionale, non un’opzione spirituale tra tante. Signore. Uno che comanda e a cui obbedisci.
Dio. Cioè non un grande maestro, non un profeta, non “uno dei tanti” insegnanti spirituali della storia. Dio. L’unico vero Dio, fattosi uomo per salvarti.
Quando dici “Gesù è il mio Signore e il mio Dio”, stai dicendo molto più di una frase devozionale. Stai dichiarando che la tua vita non è più tua. Che la tua intelligenza si inchina davanti alla sua verità. Che le tue scelte si misurano sulla sua volontà.
Puoi dirla onestamente?
Gesù risponde a Tommaso con una parola che è per noi: «Perché mi hai veduto, hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto» (v. 29).
Tu sei tra quelli a cui Gesù sta parlando. Non l’hai visto, non puoi mettere le dita nei suoi segni. Eppure puoi credere. E in quella fede c’è una beatitudine speciale che Gesù ha pronunciato apposta per te.
Se sei già credente, hai pronunciato anche tu, forse anni fa, qualcosa di simile alla confessione di Tommaso. Hai detto al Signore: “Sì, sei il mio Signore. Sei il mio Dio”.
Ma vivi ancora come se lo fosse davvero?
Fai questo esercizio onesto. Pensa alle decisioni che hai preso nell’ultimo anno — quelle grandi sul lavoro, sui soldi, sui figli, sulle relazioni — e chiediti: Gesù era davvero il Signore di quelle decisioni? O era uno che ho consultato a margine, dopo aver già deciso io?
Tante persone nella chiesa lo chiamano “Signore” la domenica e poi fanno il loro durante la settimana. Lo professano “Dio” nel Credo e poi vivono come se non esistesse nei momenti che contano davvero.
La confessione di Tommaso non è un trofeo che metti in bacheca. È un orientamento di vita da rinnovare ogni giorno. Mio Signore. Mio Dio. Oggi, qui, in questa decisione, in questa conversazione, in questo pensiero. Mio.
Perché Giovanni ha scritto tutto questo
Il capitolo 20 si chiude con il “perché” del vangelo. Giovanni lo dichiara apertamente:
«Gesù fece in presenza dei discepoli molti altri segni miracolosi, che non sono scritti in questo libro; ma queste cose sono scritte affinché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e affinché, credendo, abbiate vita nel suo nome» (vv. 30-31).
Ecco. Per questo Giovanni ha scritto. Per questo io ho scritto questa guida. Per questo tu hai letto fin qui.
Affinché tu creda. E affinché, credendo, tu abbia vita.
Hai creduto?
Non sto chiedendo se conosci la storia. Non sto chiedendo se sai chi è Gesù. Non sto chiedendo se sei “d’accordo” col cristianesimo.
Sto chiedendo se hai messo la tua fede in Lui — personalmente, in prima persona — come tuo Signore e tuo Dio.
Se sì, oggi è un giorno per ringraziare.
Se no, oggi è ancora il giorno giusto. Tommaso non è arrivato per primo. È arrivato una settimana dopo gli altri. Ma è arrivato. Non importa quanto tu sia “in ritardo” rispetto agli altri. Importa che tu ci arrivi.
Manca un solo capitolo a questo viaggio insieme. Ma il viaggio vero, quello con Gesù, comincia il momento in cui dici “mio Signore e mio Dio”.
E quel momento può essere adesso.